Ieri sera la prima proiezione del cineforum Coming Soon, cineforum che con dei miei amici teniamo in facoltà. Abbiamo proposto Vajont e l’abbiamo introdotto con una domanda: “Cosa può dire un fatto di 40 anni fa, seppur così drammatico, ora, a noi?”. La risposta a questa domanda coincide con il perché abbiamo scelto questo film che è stato massacrato - a mio avviso in modo errato - dalla critica. Il motivo si divide in 3 passi prinicipali.
1# La realtà non è un pensiero
Ad un certo punto l’ingegnere capo Carlo Semenza (interpretato da Michel Serrault) interpella suo figlio Edoardo, geologo, per un ispezione dei fianchi della valle. Ecco uno stralcio dell’esposizione dei dati raccolti da Edoardo:
Edoardo: [...] se la base fosse inclinata, il monte Toc cederebbe sicuramente.
Alberico Biadene (un altro ingengnere responsabile della diga): Quindi, lei mi sta dicendo che non è certo che la base sia inclinata. E se fosse concava? Non succederebbe nulla, vero?
Edoardo: Beh… no, in quel caso no.
Alberico Biadene: Ecco! Visto?
Visto cosa??? E’ come dire che il pensare che il sole non tramonti faccia sì che il sole scompaia quel giorno (scusate lo scioglilingua)… La reltà è una e non cambia per un pensiero, giusto o sbagliato che sia.
2# La realtà va guardata
La giornalista Tina Merlin (interpretata da Laura Morante) tenta, inutilmente, di denunciare il “lavoro sporco” della S.A.D.E. (l’azienda che ha costruito la diga).
Il marito: Tina, ma se 100 persone la pensano in un modo, e tu sola in un altro, non credi che sia tu in errore?
Tina: Ma io sto parlando di una cosa che ogni persona dotata di buon senso può vedere!
La realtà comunica con dei segni, spesso evidenti (come un monte che cede), altre volte in modi sottili e delicati. Comunque sia, se non si è disposti a guardarli, tutto passa invano.
3# Affrontare la realtà implica una responsabilità
A pochi giorni dal disastro, l’ingegner Alberico Biadene è terrorizzato, ma va avanti senza alcun motivo apparente. L’unico tentativo che compie per evitare il disatro (forse, solo per non far chiudere la diga) è quello di abbassare il livello del lago artificiale al di sotto di una soglia “di sicurezza”.
Un geologo: [...] da quando stiamo abbassando il livello del lago, la frana si sta muovendo sempre più velocemente. Insomma, potrebbe crollare all’improvviso anche ora, domani o fra un mese.
Alberico Biadene: [...] sempre “se”! Non mi date mai una certezza. Lei si prenderebbe la responsabilità di far evaquare cinquemila persone, privarle delle loro case a tempo indeterminato, per un forse?
Il geologo: No, io no, signore.
Evidentemente, il gelogo era certo che il fianco della montagna avrebbe ceduto da un momento all’altro, ma non ha avuto il coraggio di portare avanti la sua certezza.
E quindi?
Dunque, abbiamo scelto questo film perché da un chiaro giudizio sul realismo, problema di ogni uomo, così ora come il 9 ottobre 1963, giorno del disatro del Vajont.
Cosa mi è piaciuto del film
A parte il giudizio che emerge, ci sono altre cose che mi piacciono di Vajont:
- Lasciano perdere gli effetti speciali, che lasciano molto a desiderare, il film è tecnicamente ben fatto. Un occhio esperto può notare una fotografia notevole, sopratutto in 3-4 scene (il dialogo fra Daniel Auteuil e Leo Gullotta in chiesa ha un’inquadratura da urlo).
- Bellissima la scelta dei colori nella scena finale, a disastro avvenuto, quando Olmo Montaner torna in valle per vedere cosa è rimasto della sua casa e di sua moglie. Non si tratta di un bianco e nero, ma di una bicromia. E’ stato scelto un leggerissimo marrone, che si vede appena, ma esalta il fango che predomina la scena (questo tipo di bicromia è tipico del foto reportage).
- Leo Gullotta è un ottimo attore (soprattuto a teatro) e in questo film la sua interpretazione è da oscar!
Cosa non mi è piaciuto
- Quando Olmo Montaner e Ancilla si fidanzano, di sottofondo c’è una canzone ridicola. Degno di un film di serie D.
- Il sottotitolo “La diga del disonore” non c’entra un ca**o con il film.
- Forse troppo lungo.
Chiudo consigliandone la visione e, per chi non conoscesse i fatti reali su cui si basa il film, di farsi un po’ di cultura.
Se siete di Firenze, mercoledì prossimo (29 novembre) proiettiamo Contact, ore 20:45 al Polo Biomedico e Tecnologico, Viale Morgagni 40/44.
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Diablos
27 Nov 07
23:19
Corcordo con te su tutto…l’unica cosa che non mi spiego è perchè dici che il titolo “La diga del disonore” non centra un ca**o…io credo che invece centra molto…fa riferimento il titolo anche nel momento in cui il geometra dopo aver letto il giornale “l’unità”, ovvero l’articolo di Tina Marlin, afferma ai suoi amici che quella diga è l’orgoglio per tutti coloro che ne fanno parte.
vik
28 Nov 07
10:08
A mio avviso la parola disonore non è quella giusta. Ciò che Biadene perde non è l’onore, ma proprio tutta la sua umanità.
Blackstorm
13 Ott 08
23:20
Mah. Tutto molto bello, ma volendo potevate scegliere anche un film meno spregevole. O meglio ancora, fare vedere lo spettacolo di Paolini. Vogliamo parlare di realismo? Vogliamo parlare di umanità? Vogliamo parlare di affrontare la realtà? Onestamente, ritrovo più prepotenti che mai questi concetti nello spettacolo di Paolini. Si, il film non mi è piaciuto, perchè realizzato tecnicamente male (una bella fotografia non riesce da sola a tenere su quella sottospecie di impasto splatter che passa sotto il nome di effetti speciali), ma su questo avrei potuto soprassedere, ma soprattutto perchè non è la storia del Vajont. E’ una storia d’amore fra due perfetti sconosciuti che finisce in tragedia. La tragedia è rappresentata dalla diga che tracima. Dov’è il Vajont? Quanto a Gullotta, non l’ho mai apprezzato troppo come attore, sarà perchè l’ho fisto molto poco. Ma dov’è il Vajont? Non c’è. Io non lo vedo, mi spiace. Io non vedo la perdita di umanità, perchè i personaggi partono già senza umanità. Capisco che può fare molto figo, ma Paolini è su un altro piano. Tutti i punti che hai citato e che ti hanno colpito nel film, emergono in maniera prepotentemente più forte nello spettacolo di Paolini. Ma forse, forse si… Forse vi ha spaventato la lunghezza dello spettacolo di Paolini. Sarà un difetto mio, ma il film, nella fretta di raccontare una storia d’amore, ha tralasciato, secondo me, di approfondire i punti, pur validi, che hai citato. Sarò di parte, ma dopo essere stato al Vajont ho visto sia lo spettacolo di Paolini che il film. Lo spettacolo di Paolini mi ha commosso fino alle lacrime. Il film non mi ha nemmeno sfiorato. Avrò una sensibilità distorta, forse. O forse Paolini riesce a farti essere lì, a chilometri e anni di distanza, laddove il film potrebbe essere ambientato praticamente ovunque. Non mi piace, e mi piace ancora meno ora che ho letto questo giudizio: non perchè non sia valido il tuo giudizio, ma perchè quei punti restano sommersi dalla banalità di quello che vi gira intorno. E questo è il disonore di quel film.
vik
15 Ott 08
10:32
@Blackstorm - Mi dispiace ma credo che tu abbia dato troppo peso a ciò che del film non funziona, facendo sì che queste cose nascondano ciò che di bello emerge. Il giudizio sul realismo emerge chiaro come il sole, tanto che abbiamo usato questo film per due cineforum diversi.
Se devo esser sincero anche io la prima volta che lo avevo visto (da solo) non ero riuscito ad arrivare in fondo.
Blackstorm
15 Ott 08
14:55
Mi viene difficile non dare peso a ciò che non funziona, quando questo è il 90% del film. Vedi, forse è un mio limite, ma non sono in grado di notare i denti bianchi della carogna. Si, hai ragione, Do’ troppo peso a dei punti che nascondono un giudizio di un certo tipo. Uhm. Ma allora, potrei non essere il solo. Ma allora, forse, senza qualcuno che veda le perle in mezzo ai sassi bianchi, le perle non le vedi. E se nessuno me lo psiega? Non c’è nulla che ti colpisca, consapevolemnte o meno, in quel film. Niente che ti faccia venir voglia di riguardarlo meglio, niente che mantenga alta e viva la soglia di interesse… come si suppone che una persona possa arrivare a vedere un giudizio del genere?