il (b)log da bere tutto in un sorso

Christopher Tolkien, terzogenito di J.R.R. Tolkien, nominato dal padre stesso suo esecutore letterario, ha ereditato una grande fortuna. Sia in senso letterario, sia in senso economico.  All’uscita de I figli di Húrin ho iniziato a pensare che Christopher stesse iniziando a speculare su questa eredità.

I figli di Húrin

I figli di Húrin, copertina

Nonostante ciò non sono riuscito a resistere alla tentazione di acquistare questo romanzo inedito. Presto mi sono dovuto ricredere: sia nella prefazione che nell’appendice Christopher Tolkien chiarisce il perché I figli di Húrin siano stati pubblicati come romanzo a se stante. Questa storia, infatti, rappresenta una delle preferite di Tolkien stesso e una delle più complete fra le tantissime che egli ha scritto. Ciò l’ha resa appetibile come romanzo comprensibile da tutti, senza per forza aver sfogliato un papiro come il Silmarillion.

Ma passiamo al libro. La narrazione è più “difficile” rispetto al Signore degli Anelli o a Lo Hobbit, sembra quasi di leggere un poema piuttosto che un romanzo (in principio così era il manoscritto). Inoltre mancano le lunghe descrizioni paesaggistiche tipiche della trilogia dell’anello. Ma, in tutto questo, quello che mi ha colpito di più è la tristezza di questa storia: anche Frodo e i suoi compagni si trovano spesso in situazioni disperate, eppure c’è sempre una speranza di fondo. Ne I figli di Húrin no! La storia è veramente tragica e il finale mi ha spezzato il cuore. D’altra parte, mi è venuta nuovamente voglia di leggere il Signore degli Anelli (sarebbe la sesta volta).

Insomma, assolutamente consigliato ai Tolkiani, meno a chi ancora si deve cimentare nel suo capolavoro assoluto o ne Lo Hobbit.

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I matematici di tutti i tempi hanno lavorato a lungo per modellizzare fenomeni reali. Solo Hari Seldon, con l’uso della psicostoriografia, è riuscito a creare il modello perfetto: un modello con il quale è possibile predire azioni e reazioni delle masse. Ma tale studio lo porterà, a breve, a una tremenda predizione: l’Impero Galattico sta per decadere. A questo crollo seguiranno almeno trentamila anni di guerre e caos nell’Universo. L’unica cosa da fare è cercare di limitare questo periodo tremendo a soli mille anni. Per mettere in atto il “Piano Seldon” gli scienziati fisici e chimici vengono inviati sul pianeta Terminus, all’estremità dell’universo conosciuto dove nacque la Prima Fondazione. La Seconda, composta da scienziati di altri campi, come la psicologia e la sociologia, fu creata in luogo sconosciuto.

Copertina della Trilogia della Fondazione È questo il punto di partenza della Trilogia della Fondazione (composta da Prima Fondazione, Fondazione e Impero, Seconda Fondazione) di Isaac Asimov, il must di tutte le saghe fantascientifiche, un po’ come lo “Star Wars dei libri”. Un libro (anzi tre) che colpisce e stupisce. Stupisce per l’originalità di molte su trovate come il Piano Seldon. Colpisce per i continui cambi di tipologia narrativa: prima è un romanzo, poi un thriller psicologico. Stupisce per come riesce a introdurre sempre nuovi personaggi senza bisogno di presentarli. Colpisce per come Asimov riesce a immettere personaggi normali, con problemi normali, in un mondo fantastico.

Già a partire da questo primo episodio Isaac Asimov ci mostra una fantascienza diversa da quella a cui siamo oggi abituati: una fantascienza senza alieni, senza epiche battaglie intergalattiche, senza misteriose forze sovrannaturali. Ognuna delle numerose avventure che vedranno protagonista la Fondazione toccherà problemi assolutamente conosciuti anche alla nostra realtà quotidiana: religione, mercato, politica, diplomazia sono i temi che Asimov utilizza per dipingere il futuro della storia dell’umanità. [fonte]

Quando ho finalmente letto il finale sono rimasto 10 minuti in silenzio a pensare “Era ovvio, perché non ci ho pensato prima? Asimov è un genio!”. La tentazione di rileggerlo da capo era forte, se non fosse che ho già cominciato il nuovo arrivato.

Insomma, un libro che i fan della fantascienza devono aver letto, ma io mi sento proprio di consigliarlo a tutti. Ora che l’ho finito ho messo il libro fra 1984 di George Orwell e Fahrenheit 451 di Ray Bradbury. Non so se mi spiego che onore.

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Computer Desk
Immagine: Computer Desk by Nathan Wells

Mentre studiavo mi sono imbattuto in una frase che era assolutamente da citare:

Lo spazio di indirizzamento di IPv6 sarebbe in grado di fornire più di 1500 indirizzi per ogni piede quadrato di superficie terrestre, un valore che probabilmente ci sarà sufficiente anche quando i tostapane sul pianeta Venere avranno indirizzi IP.

Fonte: Larry L. Peterson, Bruce S. Davie, Reti di calcolatori, terza edizione, Apogeo

Questa frase mi ha fatto molto ridere ma è esemplificativa delle potenzialità di IPv6, il quale non ha ancora preso piede per due semplici motivi:

  1. la fatica di alcune aziende di aggiornarsi e la paura di altre di sentirsi dire: “guarda ’sti bastardi, ci hanno costretto a cambiare scheda di rete”;
  2. l’uso (e abuso) del protocollo NAT.

Eppure il passaggio da IPv4 a IPv6 (anche conosciuto come IPng: Internet Protocol - next generation) gioverebbe a tutti, non solo per la questione dell’ampio spazio di indirizzamento, ma anche per questioni di sicurezza e prestazioni (vedi, ad esmpio, gli indirizzi anycast).

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Si dice che una volta il lavoro dei pompieri fosse quello di spegnere gli incendi, non di accenderli. Che assurdità! Le case sono sempre state ricoperte di materiale ignifugo.

Fahrenheit 451 Oscar Mondadori

Guy Montag di lavoro fa il pompiere, o meglio, il Milite del fuco. Quelli come lui hanno il semplice, quanto importante, compito di bruciare i libri. Nella caserma è appesa una lunga lista con tutta la letteratura fuori legge. Il peccato commesso da questi libri? La cultura ti rende diverso da chi il libro non l’ha letto, ti rende superiore, spezzando così il delicato equilibrio, la pace che si sono andati a formare nella società. Lo scopo di questa società è, dunque, quella di rendere tutti uguali, in modo tale che nessuno possa dire la sua, nessuno abbia una propria opinione (ricorda molto il motto di 1984 “l’ignoranza è forza”). C’è un popolo più semplice da governare di così? Un giorno, però Montang incontra una strana fanciulla di nome Clarisse, la quale, in un modo o nell’altro, lo costringe a guardarsi intorno finchè non gli chiede: “tu sei felice?”. Lui ne rimane quasi sconvolto. Da qui nasce la fuga di Montang da se stesso, o meglio, verso se stesso.

Il libro è bellissimo, si legge con una facilità impressionante e sopratutto impressiona. Infatti le armi usate per cancellare l’io delle persone le possiamo vedere già in atto: la fretta e la superficialità, ovvero la morte del dialogo; la tv e i falsi miti, ovvero la morte della possibilità di avere certezze nella vita. Il messaggio di Ray Bradbury è semplice: se vi tolgono la tradizione (ovvero il passato) non avrete mai un presente, e tanto meno un futuro.

Dunque Fahrenheit 451 è fortemente consigliato come lettura estiva! Come al solito vi rimando alla pagina di wikipedia (EN) sul libro in questione, e su webster.it nel caso vi interessi l’acquisto (cavolo, il prezzo di copertina è di 7.80 €).

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La caffettiera del masochistaQuesto libro l’ho letto ormai più di un anno fa, però mi è capitato di citarlo in una blog-discussione e mi è rivenuto in mente come mi sia divertito nel leggerlo. Si tratta de La caffettiera del masochista (titolo originale: The design of everyday things) di Donald A. Norman. Cito la descrizione presente nella retrocopertina:

Un processo al cattivo design, condotto dal principale esponente del cognitivismo contemporaneo. Una dimostrazione coinvolgente dello scarto che intercorre fra il funzionamento della mente umana e gran parte degli oggetti che ci circondano e che siamo condannati
ad usare.

Riporto un esempio significativo che mi è rimasto impresso: vi è capitato mai (soprattutto sui treni) di spingere una porta che andrebbe tirata o viceversa? Norman condanna questi eventi. Quando un oggetto (un porta, un telecomando, una lavastoviglie) vi costringe a pensare come usarla, ovvero l’uso non è naturale, si tratta di cattivo design. Forse Norman esagera, quando si arrabbia con le manopole della sua cucina che sono posizionate in verticale mentre i quattro fornelli corrispondenti sono messi ai quattro angoli di un quadrato (non c’è mapping naturale), ma la lettura scorre veloce in mezzo a racconti veramente divertenti di gente che impazzisce con qualunque strumento. Norman ci dà anche una veloce panoramica della psicologia cognitiva, dei motivi di certi comportamenti o di certe classiche situazioni di tutti i giorni (quante volte siamo entrati in una camera senza ricordarci il perché).

Dunque, il libro è molto interessante. Dopo averlo letto mi è capitato di pormi tutta una serie di problemi, di cui prima ignoravo l’importanza, nella produzione di software e siti web (ma anche nell’uso degli everyday things). Per prima cosa la consistenza di simboli e colori. Ad esempio, ormai per tutti vale che una scritta blu sottolineata è un link: sarebbe stupido usare, quindi, testo blu per motivi diversi. Oppure tutti identificano una grossa X come pulsante di chiusura, o il rosso come segnale errore, etc… Soprattutto ho imparato che la frase “questo dispositivo ha molte funzioni” difficilmente collima con “questo dispositivo è semplice da usare” (nessuno di voi ha un video registratore + lettore dvd + decoder tutto integrato con un unico telecomando?). Per concludere dico: fateci caso ma tutti (e proprio tutti) davanti a una porta con un maniglione orizzontale tendono a spingerla… prima di leggere questo libro non ci avevo mai pensato, ma in effetti è così, si chiama interazione naturale.

Per saperne di più vi rimando alla pagina di Donald Norman su wikipedia e al suo sito ufficiale.

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Questo blog nasce dalla mia passione per l'informatica, nonché la mia materia di studio. Troverete anche articoli riguardanti altri argomenti: cinema (con alcuni miei amici teniamo un cineforum), fotografia, fatti universitari...
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